Gianfranco Andorno
   


Zeno ...

 

Bisnonno Zeno rampognava di continuo i miei genitori: “finirò sotterra senza  un nipote.” E poi: “non siete buoni?” a seminare il panico, per una paventata sterilità, nel parentado. E incitava gli sposini: “ovvia bischeri!” Per spronarli, stimolarli.  Così, a furia di provarci  alla fine del 1937 sono nato a Genova. Paletto importante  perché, essendo Zeno morto pochi mesi dopo, abbiamo l’anno della sua dipartita. Purtroppo la data di nascita è rimasta nebulosa. Comunque, settantasette e oltre la sua vita: notevole per quei tempi  grami.
Incomincio il libro. Dunque, il mio bisnonno Zeno è nato pressapoco nel 1860, mentre cucivano lo stivale, in un poco ubertoso ma cipressato paese toscano: Lamporecchio. L’ombra chiomosa degli alberi, sparuti come paracarri,  colpiva le pietre dei casolari. Il riverbero la frantumava  in infinite meridiane sbarellate. L’erba si faceva fieno  ancor prima di reciderla.
Pan raffermo e ribollita, la zuppa del cane. Il pagliericcio di foglie secche, coi gambi che bucavano il saccone e pungevano, rendeva faticoso anche il riposo.  Una stesura dolente da fachiri.
Zeno era maestro elementare, o forse si diceva tale. Infatti, tale funzione  la espletava unicamente  nelle aie e più avanti nei circoli operai. Mia perplessità: perché se tale ha fatto l’operaio? Forse per affezione socialista, per  declivio etico. Però il vanto di una supplenza alle elementari  esisteva.
Per gli utopici massimalisti c’era il credo che se strappavi la cultura al padrone, lo lasciavi in mutande. Non avrebbe più potuto sfruttarti, perché tuo  pari. E così erano fioriti questi educatori volontari e di strada.
Zeno sapeva la Divina  Commedia a memoria, e a richiesta ed anche non, sciorinava, ostentava le cantiche. Tutto questo non gli era valsa una laurea onorifica, allori. Solo qualche plauso dal volgo ammirato.
Mi affanno intorno a lui, al suo vissuto, perché credo che, la passione per la lettura e la mia voglia di scrivere, siano un suo lascito. Inoltre Pasquale, marito di sua figlia Gennì, stampava a sue spese poesiole su foglietti colorati che recitava ai giardini pubblici. Di nascosto alla moglie cerbera. Lui era originario di Arezzo. Pertanto, la mia verve l’attribuisco a questo ramo parentale. Affluente impetuoso ed arguto. 
Zeno. L’unica foto rimasta  lo ritrae già anziano, con il papillon prepotente. Un viso altero ma  ingrugnito che rimanda ad un limone  un po’ spremuto. Smilzo, segaligno. Ma sovvengono la sua lingua un bisturi,  quindi  gracile ma  gracidoso. In chiesa, quando il prete aveva annunciato il suo matrimonio, una donna era caduta in deliquio. Possiamo così supporre che con le femmine avesse successo.
Zeno  sposa  una certa Filide di Prato, che aveva una sorella suora di clausura. Con le mani a grondaia, che sanguinavano come alle sante. Un suo piccolo crocefisso sarebbe stato tramandato alle donne della famiglia. E continua tuttora a girare.
Nonno Zeno lavorava in un cappellificio, dove intrecciavano la paglia. Nel padule di Fucecchio c’è il sarello, un’erba che serviva per impagliare. L'andamento positivo dell’impresa era dato dal grado di assolazione. Bastava che l’estate fosse piovosa  e il capo referente  mandava tutti a casa. 
Durante una di queste crisi ricorrenti  Zeno prende la grande decisione. Raccoglie le poche cose, la moglie sempre abbrancata al crocefisso, “oh grulla!” e le tre figlie sopraggiunte. Tutte piscione, manco un maschio, si lagnava. Gennì, Fannì, l’Eufemia che sarebbe divenuta mia nonna. E, transitando dalla Superba, s’imbarca per il Brasile.
Emigra, invece di dar retta a Crispi che, con la panzana dell’impero, lo voleva mandare a rimestare la sabbia. Alla  partenza  banchine deserte, poche mani tese nell’addio. Gli eruditi intenti a decifrare “il piacere”, i politici indaffarati con lo scandalo della banca romana.
In Brasile la raccolta di caffè e zucchero, sembrava di essere al bar. Il padrone della fazenda voleva comprare la figlia più piccola, l’Eufemia, perché bionda con i boccoli. Ma  alla bambola  era entrata una bestia in testa, forse un ragno velenoso, lasciandola confusa. Da quel momento, come commetteva una stranezza, decretavano: “è la bestia che si muove.” Scusandola, assolvendola.
E la moglie Filide filiforme, una candela che si smoccolava in fretta, mal s’adattava a quel clima dalle febbri struggenti. Zeno, accertato che era caduto dalla padella alla brace, come capita sovente ai miserelli, era rientrato. Declamando “Paolo e Francesca” aveva commozionato la “patroa” che lo aveva rescisso dal contratto.
Al ritorno, stravolto, si era fermato a Genova, porto di arrivo, occupandosi in uno zuccherificio. Un opificio tranciato dai binari del treno che portava le barbabietole. Una  sirena scansionava i turni, gli stacchi.
La domenica si recava dai carbonai, società di mutuo soccorso accanto alla darsena, impregnata del tanfo aspro di merluzzo essiccato. Insegnava a leggere, a scrivere e sfogliava “l’era nuova”. Era giunto in tempo per partecipare al primo sciopero generale contro lo scioglimento della Camera del Lavoro, in quell’arcigno dicembre di fine secolo. Zeno si dichiarava socialista di Pietro Chiesa, il primo deputato operaio. Un verniciatore. Al suo ingresso in aula il presidente aveva ammonito gli astanti: “silenzio, entra il lavoro.”
Ritorniamo a Zeno: ecco il fascismo; ai carbonai subentra la corporazione. Sfilano i fascisti con il gagliardetto: saluto al duce! Il bisnonno, malizioso, li fendeva borbottando. Li scontrava facendo l’ubriaco, con la paglietta ben calcata e il bastone che charlottava. Gli si facevano sotto minacciosi: “ehi, togliti il cappello, babbeo.” E ai suoi dinieghi, brandivano i manganelli. Ma interveniva il capomanipolo a fermarli. “Lasciatelo, è il suocero di Boilè. E’ un po’ suonato.” E quelli, irridenti: “nonnetto ti conviene rientrare. Tira un’aria che non fa per te!” Boilè era  il marito dell’Eufemia, quindi genero, e fascistone. La Filide, avvolta in un largo scialle, una mummia peruviana, gesticolava dal portone per indurre Zeno a rintanarsi. Lui, sempre collerico e pruno. Selvatico. Da immaginarsi la convivenza nella medesima casa con le diverse fedi politiche a spaccare.
Una famiglia ingombrante in quelle mura strette. La cerimonia del pranzo domenicale con il pollo arrosto. Una coscia a Carlo il fascista, l’altra al figlio, le ali e quel che restava alle donne. A Zeno il boccone del prete: il culo. Ma finiva sempre in rissa: faville!
Zeno  imprecava contro il Mussolini, ormai capo di governo. Non lo digeriva, e narrava: “quand’era socialista e fuggiasco, s’è fatta una cerca. Gli s’è dato da mangiare, sfamato. E adesso… si mette il cilindro! e va in chiesa…” Proprio non ingollava il raggiro, l’imbroglio ideologico. Baruffava col genero, mentre questi, piuttosto straripante,  lottava con gli angusti stivali.
Ho rinvenuto prova del randagio transito di Benito che forse, proprio per riconoscenza non sopita, non avrebbe totalmente infierito  sugli scaricatori, sui marinai. Lasciando che Capitan Giulietti si facesse padrino, mutuasse i lavoratori del mare.
Zeno, pago per la mia venuta al mondo, per l’assicurata continuità, si era messo a pisciare  sangue. Come a purgarsi di tutto il rutilo, per presentarsi immacolato - suo malgrado-  nell’aldilà. Con il vinsanto e i cantucci spaccadenti.  Ma nel gargarozzo fomentava, gorgogliava ancora un rimpianto: “mi rincresce di non far a tempo a vedere il cavalier Benito penzolare.” Preveggente, terribilmente preveggente.
Ma il romanzo su nonno Zeno? Mi areno presto: che ne so della sua infanzia? Mia madre è mancata e ho dilapidato i suoi resoconti. Impreco. Perché non ho chiesto altre cose? Adesso sono sparite assieme a lei, ingoiate dal nulla. Quale immane spreco, questo delle memorie perdute!
Passano gli anni. Sono in pensione, riprendo a scribacchiare. Finalmente ho tempo. E… vado a Lamporecchio. Ho un tenue indizio di parenti. Non faccio l’autostrada e, a causa di indicazioni approssimative mi perdo. Girovago per una sfilza di paesini assonnati e deserti per la domenica. Dadi lanciati, sparpagliati, raggrumati nei pianori, sulle gobbe.
La strada una biscia che si dimena blanda, smargina i fossi, e si riavvolge a mordersi la coda asfaltata, imbrattata di bitume. Affronto le frazioni una dopo l’altra, occhieggiando insegne, frecce. E  poi, recriminando, torno indietro.
Quando finalmente arrivo alla meta entro baldanzoso in un bar e indago su quei volti. Chissà se… e lo sanno chi sono? Imperturbabili continuano a discutere di calcio. “Ouh in parte sono come voi: sono toscano!” Impassibili. “Ma non siete, non siamo i maledetti toscani di Malaparte?” Buio, buio assoluto.
L’indomani contatto questa lontana… prozia? cugina? Ha più di novantanni. Attila, suo padre l’ha denunciata così perché voleva un maschio. Il prete l’ha corretta in Atala, ma per tutti è rimasta ed è Attila. Si rammenta di tutti i parenti di Genova ahimè ora  scomparsi. Ma di Zeno ne so più io di lei. Forse si tratta di altra parentela. Mi mostra delle vecchie foto che sbancano le mie ricerche. Si discorre; due suoi figlioli hanno giocato nei viola.
Borioso le racconto del mio premio letterario a Firenze: quante volte? Del pistolotto che mi ero preparato. “Dopo cento anni  il mio bisnonno, Zeno Bonfanti, è ritornato. Nel suo percorso c’è tutta la storia del nostro paese: miseria, emigrazione, industrializzazione.  Ma adesso un toscano torna a casa sua e con gli onori: a Palazzo Vecchio!” Le nascondo che l’emozione mi ha strangolato le parole, rimaste nella mia mente… Mi scorta indomita dal sindaco, seguita dalla giovane badante, che sta a distanza, timorosa.  Punta il bastone contro l’autorità e lo mette in guardia: “questo è mio nipote.” Quasi una minaccia.
Mi confesso a lui rompendo gli argini. Da ragazzo non avevo libri, mi lamento. Ho la gola asciutta che fa le bizze. Ma poi, e prendo fiato, poi un mio zio è diventato agente della “Vallecchi”. Che goduria! Si sono spalancate le porte del paradiso. Papini, Prezzolini… La mia formazione è avvenuta con loro. Perché li hanno messi in castigo, quasi all’indice? La letteratura italiana deve molto a questi scrittori anche se iracondi dissacratori. Con loro il sangue vecchio si è fatto novello. E Pratolini, il cantore delle genti fiorentine…
Il sindaco mi guarda sbigottito, è sorpreso dalla mia veemenza. Non la comprende.  Abbandono il mio sermone critico e spiego le ragioni che mi hanno spinto. Asettico, alieno da coinvolgimenti, il mio interlocutore  mi dona alcuni libri sulla storia del paese. “Ci sono i brigidinai, un gruppo di mietitori del ’30 …” spiega caustico. E mi affida a un’impiegata che, gentile e paziente, scartabella i registri. Invano. Zeno Bonfanti non figura, non c’è. Evidentemente le certificazioni sono incominciate in tempi susseguenti. Sorrisi, sorrisi di benevola condiscendenza, come ad un bambino capriccioso che chiede la luna. Non si può dare e basta! Sono irritato. Caro nonno Zeno,  questi scipiti finiranno col dire che non sei mai esistito!
Attila non demorde, caparbia mi manda in chiesa. Può darsi che ci sia un documento del matrimonio. La porta della chiesa è aperta, ma il prete non c’è. Mi godo una visitazione in terracotta invetriata del Della Robbia, con quel celeste che ricorda l’ultima pitturazione della Sistina. Le piastrelle di certe toilette. Quando esco scorgo che mi sorveglia dal suo giardino, a controllare se eseguo bene, con perizia, le sue istruzioni. E in lontananza mi sembra una donnina di Chagall aggrappata alla sua casetta, a mezz’aria. La collina si getta e risale, formando una conca che si frappone.
Altra riunione ed Attila mi addita vagamente il Ceppeto, una frazione più alta rispetto al paese. “Il Comune, prima che si spostasse, era là.” Arranco al Ceppeto, mi soffermo tra gli ulivi, il passo impastato dalla spremitura violacea delle olive cadute. Scruto le case sparse, affondate nelle nicchie frondose. Quasi nidi, ovattate alcove. Nonno Zeno avrà abitato in una di quelle? Chissà. Sulla sinistra la villa imponente del principe Rospigliosi, a dominare. Raccolgo una pietra da un muro antico, proveniente dalle cave. Per scorticarmi l’anima già spanciata dai rovesci.
Attila, categorica, mi prepara le provviste da portarmi via. Prosciutto spesso, vino intenso e pane senza sale, il loro. Non ammette rifiuti e spiega: “quando venivano quelli di Genova sempre ripartivano con la borsa piena.” Mi commuovo. A chi raccontare di lei, della sua generosità? La Gennì, la Fannì, l’Eufemia e i loro mariti non ci sono più. Intuisce, intravede la mia debolezza, il mento tremulo e l’occhio pronto a fontanellare, mi  fissa e: “qui non si piange!” mi ammonisce, fiera e secca.
Mi affretto senza voltarmi e questa volta dirigo decisamente su Montecatini, ad evitare inutili peregrinazioni…  Ed ecco il tormentone - quasi un rap -  che mi assilla. Lo scriverò mai un libro sul mio bisnonno Zeno Bonfanti? Lo scriverò mai?

 

Gianfranco Andorno.

50 & piu Fenacom Il sindaco di Pontedera Sig. Paolo Marconcini premia Gianfranco Andorno per il 5° posto al 22° Conc. Letterario Internaz. “Giovanni Gronchi” con il racconto “Zeno…”

 

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