Ai ficcanaso petulanti i librai porgono, con sussiego, l’epigramma 117 di Marziale. Alle smorfie per il latino spiegano: il poeta invita uno scroccone di libri ad acquistarli in una libreria ubicata ai Fori. All’incirca lì.
E pertanto i librai battono risoluti il piede sul mosaico per affermare: “qui, qui!” Vanto di una longevità multisecolare del locale. La sbandierano come la pietanza più appetitosa del menu.
La libreria sbiecata è ben radicata sull’orlo, sul precipizio degli scavi del Foro Augusto. Basta sporgere una gamba nella voragine e il piede viene rivestito dal calzare, o dai calcei con le strisce di cuoio che si attorcigliano ai polpacci. E c’è il solito importuno, venditore di lupini, a chiederti: “quo vadis?”
Un’immersione nella storia, in quella buca con i pezzi di colonna di cacio raggrumato - tributo dei cafoni - rotolati. La base scolpita con la panna dei maritozzi. I frammenti di pavimentazione sparsi sono insidiati da una cicorietta resa lucida e trasparente per gli sprazzi di luce che filtrano dagli spiragli, dagli spigoli colpiti e sgomitati. Il Foro? Gli avanzi di un pantagruelico picnic da sparecchiare: il puzzle interrotto di archeologi frettolosi e confusi.
Quando le bighe di “Ben Hur” sfrecciano, non rispettando i limiti di velocità, lasciano sulle vetrine un’impronta: le cartine dell’impero romano. Nelle diverse epoche, con le nuove conquiste.
Accovacciati, nella libreria, i bambini, tanti bambini. Ciechi per la loro innocenza gratuita e odorosa, con le orbite ancora da imbrattare. Olimpia li allatta con le fiabe. Olimpia, i capelli corvini alla Cleopatra. Un paralume al quale è stata cesoiata la parte centrale per far posto al viso. Le mammelle gonfie per spruzzare l’alfabestiale, coordinare i girotondi. Una mamma, una mamma lupa per tutti!
Nel vicino centro gli anziani monticiani pigolano e becchettano, lemmi lemmi, condannati ad esser smemorati. Perché gli uomini possano, orfani dei ricordi, ripetere all’infinito i loro errori, i loro peccati.
E c’è un andirivieni dei vecchi a ciucciare, avidi, e dei bimbi a vegetare accanto al nespolo polveroso del centro anziani del quartiere Monti, un tempo Suburra. Con una trasposizione dei ruoli e una filastrocca balbettata: “siamo bambini, siamo vecchi…” Chi non vede, chi non rammenta, ma tutti a compitare una rinnovata strage degli innocenti. Che si ripete, ineluttabile, ad ogni generazione. Un girotondo senza scampo.
E poi i turisti. Torme di turisti annunciati dal mormorio saltellante dei trolley sui sanpietrini offesi. Procedono oltre, incuranti dell’offerta di Pio VI dalla lapide: recitare un rosario per tanta indulgenza. Duecento giorni.
I pochi che entrano nella libreria chiedono una strada, un percorso. Smorzano subito, con crudeltà, la immaginata vendita di un libro. I gestori della minuscola rivendita: “per noi è un voto, una missione. Ogni mese pagare il canone è un salasso, un problema,” confessano accorati.
Le grandi librerie, i bookstore, queste le entità nemiche. Le dittature i libri li bruciano, la democrazia usa altro sistema. Riversa caterve di volumi che provocano sbigottimento, malori di sovrabbondanza.
Inoltre, i suoi sacerdoti provvedono allo sbiancamento. Affogano i libri in vasche di decantazione, dove funghicidi speciali rendono le pagine insensibili, aride. Un rituale alienante, aspirante. A vista la stampa appare perfetta, ma dalle pagine sono stati tolti i sentimenti, le invettive, i proclami. Evaporati. Le strisce bianche e nere sono origami esausti, tastiere afone.
E poi i Wine Bar subdoli, infingardi, mistificati da libreria. Con gli avventori che si fingono lettori: “mi serva una birra gallese, celtica, alla Dylan Thomas.” Oppure: “ …del valpolicella, quello che ingollava Hemingway tra gli alberi.” E i libri? I libri sotto il culo, sotto i piedi. “Basta licenze!” queste le grida dei librai esasperati.
I Fori sono catini propinqui, l’uno all’altro, dove si travasano i sussurri, gli accadimenti; le buche di un golf imperiale. Uno stormire sembra, ma è il brusio, il ruttare delle genti passate, che trabocca. Echeggia oltre.
Il biancore delle solite colonne è livido, e punge, lacera il grigio del fondo pomeriggio. Mi apposto dinanzi alla piccola libreria e scorgo i suoi libri ingiallire, avvizzire, come per una stagione che parte dal dentro. Dalla parola fine. E mi sollecita, mi comunica che devo intervenire. Far qualcosa.
Vado in via Margutta e il fato mi è amico. Afferro il gatto-modello, fuggiasco, di Novella Parigini e glielo porto, ansando per la scala aspra e rimediando un graffio. Le spiego la mia necessità, la sopravvivenza della libreria, e la fisso. A furia di dipingere gatti mi appare, ora che è un po’ ingrassata, gatta con i baffi sparati. O è mascherata per una serata in costume? Comunque, è disponibile.
“Ne parlerò con Moravia e Pierpaolo.” Sobbalzo. Che nomi, che batticuore, una lussuria! “Anzi, vediamoci tutti alla taverna questa sera,” maschietta. E mi congeda. “Taverna?” chiedo impacciato. “Degli artisti. E’ qui sotto, un po’ più avanti. Sali un piano, c’è un bersò di glicini,” le indicazioni. Con sufficienza.
“Vuol consumare?” Pausa. Le tovaglie quadrettate come per un torneo di scacchi. In effetti sono alfiere. “Aspetto la Novella.” Il padrone ha pescato perle nel mar dei Sargassi, il figlio pesca le attricette con amatriciane ed abbacchio.
“E’ sicuro che venga?” Doppia pausa. “Di solito scende molto tardi. E viene e non viene.” Nel frattempo il posteggiatore che arpeggia la chitarra chiede timido timido a Fred Buscaglione un autografo. Fred bonario e baffuto si concede e svolazza sul legno armonico. Poi esce, sale sulla mastodontica Thunderbird e va a schiantarsi. Eh sì, la gloria passa! Transit, transit.
Finalmente giunge la Novella ma non è buona novella. Irritata e delusa si spiega in breve: “Pierpaolo ha difeso i poliziotti, dicendo che sono figli di poveri. E che vengono dalle periferie. Alberto ha detto che son figli di… così hanno litigato. E io devo andare, mi si freddano i colori.” Agita, a testimonianza, le dita arcobaleno. E si allontana seguita da un codazzo di gatti interessati, ruffiani.
Affranto mi calo da via dei Serpenti, eludendo l’abbraccio di un paio di menadi porcellone, mordicchiato ad ogni passo dal default. “Come faranno, come faremo per l’affitto?” Angosciato, rammaricato. Ma come arrivo sulla soglia mi imbatto in visi sorridenti. “Sapessi. Ah sapessi.” “Ditemi,” estenuato dalla camminata, dalla questua mancata. “E’ stato assassinato Winckelmann…” “Mi dispiace, un uomo di cultura, amante dell’Italia. Non comprendo questo festeggiare,” io seccato.
Ma loro, senza recepire il mio rimbrotto, eccitati: “… accoltellato da un giovinastro. Forse per un tentativo di rapina o chissà,” volutamente ambigui. “Ma nell’agonia è riuscito a stilarti un bonifico di zecchini e scudi. E col riporto delle monete nel tempo, ci usciranno almeno cinque mesi di affitto!”
I gabbiani reali, oche pasciute, stavano immobili sulla cima dei muraglioni sfrangiati, disossati. Dopo un corso al museo delle cere si spacciavano per segnavento e quando ti convincevi che fossero di gesso si gettavano a capofitto. Fagotti piumosi. Cadevano a scompigliare una giunchiglia giallastra, gommosa e berciavano: “ehì, ehì, ehì! Librinecessari!”
Gianfranco Andorno. |