Gianfranco Andorno
   
Andorno Gianfranco - Il Bosco Rapito
 

Il muraglione centenario, sbrecciato dalle zanne delle ruspe, mostra orbite cieche. Un ciclope ferito. E nelle sue pietre, caricate sui camion e trasportate via, ci sono i frammenti di tanti fatti storici accaduti e guardati. Persino Garibaldi è passato, diretto all’imbarco, con i mille dalle sgargianti camicie rosse…
I tronchi strappati e gettati, le radici rivoltate al cielo. A seccare. Le foglie, mosse dai sobbalzi per le balestre rigide, sembrano fazzoletti sgualciti, impegnati in un ultimo saluto.
Basta con sentimentalismi retrogradi. Con le cinciallegre petulanti e il loro vai e vieni con quei fuscelli imboccati. Un carosello inutile. Le gazze con i loro striduli e rauchi richiami. I merli razzolano per strada come grossi topi. Che ci sono, anche questi, e tanti tra i cespugli. Tutto un ricettacolo di parassiti e zanzare, con il rischio di malattie. E il pericolo dei fulmini sugli alberi…
Ma che bosco e bosco. Una zona infestata, un mucchio di sterpaglie. Uno schifo. Dopo, tutto sarà ordinato, con i muri eretti e precisi. E l’alveare geometrico di box, fioriti – questi sì – dal mio elegante progetto.
Qualcuno mi accusa. Ma che colpa ho? Sono un progettista e faccio quello che mi chiedono. E assolvo i miei compiti nel migliore dei modi. Anche i generali di Hitler, dicono, facevano il loro lavoro. Che assurdità: non siamo in guerra!
Certo, un po’ di furbizia non guasta. I molti passaggi di proprietà attraverso immobiliari create a posta, non riportando più la trascrizione del vincolo negli atti. E così è scomparso. Non figura più e chi lo ricorda? Ma soprattutto l’aiuto dell’avvocato, con il suggerimento della variante “servizi” al puc. Al piano urbano comunale. Geniale.
E i servizi in cosa consistono? In poche panchine messe accanto agli sfiati dei box. Con i vecchietti ad aspirare i sospiri e rutti delle auto. Ah, ah ah! saranno un po’ gasificati. Ma è il prezzo del progresso. Il retaggio del cammino dell’uomo, dalla scimmia in avanti.
E la promessa di sistemare il verde. Quel verde volutamente lasciato, nel corso degli anni, andar in malora. E l’avvocato ancora, con la sua ampollosa ma efficace oratoria, a dissertare sugli alberi. “Il vero albero della Liguria è il cipresso, che non c’è più. Il pino domestico, la robinia? Porcheria da estirpare!” ha sentenziato, con adiposo convincimento…
E’ stato determinante. Ha pontificato sul dovere di superare gli egoismi e considerare gli interessi della collettività. E quando si cade nell’astratto, evocando entità sconosciute, anonime, il gioco è fatto. La vittoria è in pugno. Ah, si sposa la figlia: lo devo ricordare. Ci vuole proprio un bel regalo.      C’è stato un po’ di trambusto, ma era prevedibile. Un vecchio pazzo si è sdraiato per strada, altri hanno gridato. Ma poi, con l’intervento dei vigili e della polizia, tutto si è acquietato. Sono esperto:bisogna lasciar sbollire la cosa. E per qualche giorno ho girato alla larga. Se si desse retta a tutti saremmo ancora alle caverne.
Avere o essere? Ma che pensieri sono questi che mi assalgono. Ma si, letture e slogan di un tempo. Puerili. Poi la vita e la famiglia, cose ben più serie. Il corollario di bisogni, di lussi, comodi alibi per una fitta ragnatela di  compromessi. Si trattava di miraggi giovanili svaniti, affogati nella melensa ed oppiacea quotidianità.
Ma che luce, quanta luce. Forse perché non ci sono più gli alberi. Accecante! Soffro e non resisto: chi lo avrebbe detto. E che freddo, è come se mi avessero spogliato, togliendomi la terra attorno. Ho i brividi. Vi prego, fate qualcosa. Non mi comprendono, come al solito. Provvedo io.
Non appena mi sveglio e mi alzo rimetto tutto a posto. Farò andare la pellicola all’indietro, come si fa per scherzo. L’ho già visto nelle comiche. Il puzzle dei pietroni ricomposto. Gli alberi incollati, pezzo per pezzo, pronti ad offrire di nuovo le fronde al vento. La terra riportata ed ammucchiata, compressa.
Bisogna avvertire gli uccelli di ritornare. Come fare? Magari con i piccioni viaggiatori. Avvisare i pappagallini che, dopo aver becchettato i germogli dolciastri, sciamano chiassosi, spolverando l’aria con i loro piumaggi variopinti.
Ecco, non sarò l’omaccione della favola che non faceva entrare i bambini nel giardino. Anzi, li vedo già giocare nel prato. Darò disposizione all’asilo che abbiano libero accesso. I loro festosi girotondi, il cicaleccio scatenato che si arrampica. Per una volta…
Ma che fastidio questo silenzio infinito. Soltanto ai primi albori, verso le cinque, ho il sollievo dei versi melodiosi degli uccelli che poi cessano all’improvviso. Quanto sono lunghe le giornate nell’attesa di questa breve parentesi sonora. Cascatelle rigogliose che rimbalzano, picchiano sui cristalli, spaccando quest’afonia completa. Una condanna?
Uno dei due uomini in camice bianco, si china verso il letto e scruta quell’uomo disteso con gli occhi sbarrati. E poi spiega al compagno: “abbiamo rimosso i trombi. Pulita l’arteria dai coaguli.”
“Un lavoro da idraulici?” sornione e sorridendo, l’altro.
“Esatto. Abbiamo sturato bene l’ingorgo,” annuendo a confermare. “Ma troppo tardi: è in coma irreversibile.” Si allontanano a completare il giro della corsia.
“A che ora smonti?” chiede l’uno, con voce priva di emozioni. “Alle cinque,” risponde l’altro, aggiungendo: “sempre che non arrivi qualche emergenza.” E accenna un gesto scaramantico.
“Hai notato gli uccelli che vengono a sbattere contro le vetrate?” “Sì. Una stranezza. E’ come se volessero venire a trovare qualcuno.”
“Bisognerebbe applicare delle sagome di cauzione. Ne parlerò in amministrazione.” La superficie specchiante rifletteva e rimandava, contro il bianco del soffitto, l’immagine di un volatile. A giganteggiare.

Gianfranco Andorno.

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