Gianfranco Andorno
   
Andorno Gianfranco - Il Bivio
 

 

Il severo androne dell’ospedale incorniciato da stucchi ingrigiti, festoni riboccanti. I pavimenti resi lucidi dal continuo scalpiccio. Ed il solito affollamento. I parenti dei malati, con i pacchetti in mano, le gasse a farfalla nelle dita, a chiedere in portineria indicazioni sui padiglioni. I  prossimi ricoverati impacciati,  col  passo incerto, riluttante. Il borsone, con dentro  poche cose, fugace  legame di quel che stanno per abbandonare. Il fuori, il quotidiano. Ma stringono, quel meschino corredo, come ad aggrapparsi alla normalità sconvolta, che sta loro sfuggendo.   E lo svolazzare frenetico dei camici bianchi. Mescolati, sparsi in un largo abbraccio, nello sforzo di rassicurare.

E subito dopo la gran volta, quasi un ponte  levatoio, steso a frapporsi tra i diversi destini, la fermata del piccolo bus. Adibito al servizio interno, con capolinea all’Ist. L’Istituto Tumori, per il volgo della gente: per la ricerca sul cancro,  scientifico.

L’autista.  Un giovanotto robusto, un ciuffo fuori moda, alla Elvis. I modi un po’ edulcorati, melliflui, quasi fastidioso se eri aggrottato, inverso. Preoccupato. Sembrava   gobbo. Strano che abbiano scelto un autista con quell’inghippo. Ma aveva un sorriso dolce, molto dolce. Ed era gentile, davvero gentile. Si preoccupava che tutti prendessero posto, si sedessero. Comodi. Indugiava a salutare uno per uno: “buongiorno.” Sorridendo e non per obbligo.

E quando il pulmino era pieno, si metteva alla guida e partiva. Affrontava la salita, le curve strette, districandosi nel dedalo delle auto posteggiate. Bucando l’ombra delle querce che si sporgevano dalle aiuole.

Armida arriva dalla riviera, si è alzata presto. Non si è fatta accompagnare, ha preferito che stessero dietro ai bambini. Nella borsa ha il responso, l’immagine del seno aggredito. E intrepida si appresta a fronteggiare con coraggio l’impervio percorso. Ma il suo pensiero va al dopo, ai capelli. Con la terapia cadranno e le dispiace. Girare con la bandana come un pirata no, cercherà una parrucca…  Si confida con la vicina e ribadisce il suo rammarico per la chioma.

Giacomo giallo come un limone, lo chiamavano scherzosamente  nicotina.. perché come spegneva una sigaretta accendeva l’altra. Ha smesso ma non è bastato, un polmone… Quel vizio bastardo! Come finirà?

E Sara, così giovane, una fanciulla, si è salvata ma non potrà avere figli. L’importante è la vita, le hanno detto. Ma dentro di lei un palpito di maternità, per istinto, continua a fremere. Forse, forse! Sarà… il fato o chi per esso a decidere. Non loro, così bravi ed efficaci, ma inesorabili nell’esprimersi.  La sua femminilità si ribella.

Ed anche oggi l’attende una  razione di nausea. Ma a dolore s’è aggiunto altro dolore, come c’è stata la sentenza Mario è scomparso. Dapprima accampando impegni di lavoro e poi puff! è svanito. Come se avesse avuto paura di essere contagiato. Il vigliacco, senza neppure una spiegazione… dopo  le tante promesse.

E poi il gruppetto dei dubbiosi: i nei, è meglio controllarli…  Potrebbero degenerare. Il sole fa male: ma ai nostri tempi chi lo sapeva?…. si lamentano.

Ecco il bivio. Ma che fa? Perché va dritto? ubriaco? Ci farà arrivare tardi, perdere il turno, già c’è sempre coda. In quel corridoio, ad attendere sui sedili di ferro, ingabbiati tra loro. In quel limbo asettico.  Con i sogni e le speranze che si gonfiano come palloncini, e si premono sino a mescolarsi. Non distingui più le intimità dell’uno dall’altro. Una comunanza incestuosa per la fratellanza dei contenuti, sotto quel cielo ristretto, imprigionato.  Affrescato col nulla e gessoso. Ma ora… perderemo il turno….  più attesa incresciosa…

E dal fondo dell’automezzo - quelli dietro  sono sempre i più coraggiosi- avevano preso a rumoreggiare. Che accadeva quel giorno? Avevano scrutato fuori, dai finestrini, spingendosi un poco per capire, rendersi conto. Ed erano ammutoliti.

Le statue grandi dei Benefattori messe a presidiare i viali, si sbirciavano appena.  Solitamente immobili astruse, imponenti ma assenti. Le vesti, le toghe, impreziosite ricamate dai chiaroscuri dello smog. Figure tronfie, come a darsi arie ma ora…. incredibile.  Ebbene, si erano mosse dai loro piedistalli. E facevano segno di avanzare, ruotando le braccia. Come guardie del traffico. Ed ammiccavano anche… E Paulus Demichele aveva posato a terra il grosso tomo che reggeva al fianco.

Il pulmino, per il molleggio, pareva una navicella in viaggio verso altri spazi.  Ed era salito ancora, arrivando ad una radura ben oltre la  solita meta. Con una cortina di cedri del Libano, di pini, a preservarla, a celarla. Le foglie, ricchi ventagli, paraventi. E già sul limitare sorpresi da strani segnali stradali. Mai incontrati. Un pannello disponeva che era vietato piangere, pena un’ammenda. C’era un cerchio come per il divieto autostradale, con il faccione e la bocca all’ingiù. Con il broncio. E la riga rossa di traverso: a divieto. E striscioni come di accoglienza. “Al bando ogni malinconia. Proibito essere tristi. Una freccia indicava il banco donazioni organi.

E sul prato infiorato - che primavera precoce - una folla di creature bellissime. Bellissime eppure… c’erano donne calve o col petto liscio. Uomini ai quali mancavano … incompleti. Come creati da un demiurgo distratto, balzano. Eppure tutti davano l’impressione di aver tanto da dare, da offrire. Di disporre di un surplus da donare ai nuovi arrivati. Perplessi questi: turisti spaesati.

Se insistevi a fissarle, quelle sagome, parevano trasparenti. Sfioravano appena l’erba, come impegnate in una danza. Riverberanti una luce che si rifletteva. Ti penetrava e ti acquietava, ti donava una pace infinita. E Sara ebbe un sussulto, in quello sciame festoso individuò Pinuccio, la sua prima cotta.. Lo chiamò e come catturò la sua attenzione: “ma Pinuccio l’incidente con la moto…“ “Non mi sono fatto niente, sciocchina. Sto bene.” 

L’autista si era tolto il giubbotto di jeans e quello che sembrava uno zaino…si era sbrogliato. Come  vela al primo sbuffo di vento. Ma.. erano ali.. meraviglia... un angelo. E lui con modestia: ci vuol così poco. Un conducente può essere anche un angelo. Basta che lo voglia.

“Ecco signori, siamo giunti al reparto. Questa mattina, ci abbiamo messo più del solito. Scusatemi. Ma l’ingorgo era infernale.” Sceso per primo  teneva lo sportello aperto, affinchè nessuno sbattesse.

Il minuscolo drappello rinfrancato e fiducioso, come dopo una doccia di ottimismo, si apprestò a varcare la soglia. Rincuorato. Una signora, rivolgendosi ad altra, ed indicando l’autista, commentò: “che persona. Sembra proprio un angelo!”

Gianfranco Andorno.

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