Il severo androne dell’ospedale incorniciato da
stucchi ingrigiti, festoni riboccanti. I pavimenti resi
lucidi dal continuo scalpiccio. Ed il solito
affollamento. I parenti dei malati, con i pacchetti in mano,
le gasse a farfalla nelle dita, a chiedere in portineria indicazioni sui
padiglioni. I prossimi
ricoverati impacciati, col passo incerto, riluttante. Il borsone, con
dentro poche
cose, fugace legame di quel che stanno
per abbandonare. Il fuori, il quotidiano. Ma
stringono, quel meschino corredo, come ad aggrapparsi alla normalità sconvolta,
che sta loro sfuggendo. E lo svolazzare frenetico dei camici bianchi. Mescolati,
sparsi in un largo abbraccio, nello sforzo di rassicurare.
E subito dopo la gran volta, quasi un ponte levatoio, steso a
frapporsi tra i diversi destini, la fermata del piccolo bus. Adibito al
servizio interno, con capolinea all’Ist. L’Istituto Tumori, per il volgo della
gente: per la ricerca sul cancro, scientifico.
L’autista. Un
giovanotto robusto, un ciuffo fuori moda, alla Elvis. I modi un po’ edulcorati,
melliflui, quasi fastidioso se eri aggrottato, inverso. Preoccupato.
Sembrava gobbo.
Strano che abbiano scelto un autista con quell’inghippo.
Ma aveva un sorriso dolce, molto dolce. Ed era gentile, davvero gentile. Si preoccupava che tutti prendessero posto, si sedessero. Comodi. Indugiava a
salutare uno per uno: “buongiorno.” Sorridendo e non
per obbligo.
E quando il pulmino era
pieno, si metteva alla guida e partiva. Affrontava la salita, le curve strette,
districandosi nel dedalo delle auto posteggiate. Bucando
l’ombra delle querce che si sporgevano dalle aiuole.
Armida arriva dalla riviera, si è
alzata presto. Non si è fatta accompagnare, ha preferito che stessero dietro ai
bambini. Nella borsa ha il responso, l’immagine del
seno aggredito. E intrepida si appresta a fronteggiare
con coraggio l’impervio percorso. Ma il suo pensiero
va al dopo, ai capelli. Con la terapia cadranno e le dispiace.
Girare con la bandana come un pirata no, cercherà una parrucca… Si confida con la
vicina e ribadisce il suo rammarico per la chioma.
Giacomo giallo come un limone, lo chiamavano
scherzosamente nicotina..
perché come spegneva una sigaretta accendeva l’altra. Ha smesso
ma non è bastato, un polmone… Quel vizio bastardo! Come finirà?
E Sara, così giovane, una fanciulla,
si è salvata ma non potrà avere figli. L’importante è la
vita, le hanno detto. Ma dentro di lei un
palpito di maternità, per istinto, continua a fremere. Forse, forse! Sarà… il
fato o chi per esso a decidere. Non loro, così bravi
ed efficaci, ma inesorabili nell’esprimersi. La sua femminilità si ribella.
Ed anche oggi l’attende una razione di nausea. Ma
a dolore s’è aggiunto altro dolore, come c’è stata la sentenza Mario è
scomparso. Dapprima accampando impegni di lavoro e poi puff!
è svanito. Come se avesse avuto
paura di essere contagiato. Il vigliacco, senza neppure una spiegazione…
dopo le tante
promesse.
E poi il gruppetto dei dubbiosi: i nei, è meglio
controllarli… Potrebbero
degenerare. Il sole fa male: ma ai nostri tempi chi lo sapeva?…. si lamentano.
Ecco il bivio. Ma che fa? Perché va dritto? ubriaco? Ci farà
arrivare tardi, perdere il turno, già c’è sempre coda. In quel corridoio, ad attendere sui sedili di ferro, ingabbiati tra
loro. In quel limbo asettico. Con
i sogni e le speranze che si gonfiano come palloncini, e si premono sino a
mescolarsi. Non distingui più le intimità dell’uno dall’altro. Una comunanza incestuosa per la fratellanza dei contenuti, sotto
quel cielo ristretto, imprigionato.
Affrescato col nulla e gessoso. Ma ora…
perderemo il turno…. più
attesa incresciosa…
E dal fondo dell’automezzo - quelli dietro sono sempre i più
coraggiosi- avevano preso a rumoreggiare. Che accadeva
quel giorno? Avevano scrutato fuori, dai finestrini, spingendosi un poco per
capire, rendersi conto. Ed erano ammutoliti.
Le statue grandi dei Benefattori messe a presidiare
i viali, si sbirciavano appena.
Solitamente immobili astruse, imponenti ma
assenti. Le vesti, le toghe, impreziosite ricamate dai chiaroscuri dello smog.
Figure tronfie, come a darsi arie ma ora…. incredibile. Ebbene, si erano
mosse dai loro piedistalli. E facevano segno di avanzare, ruotando le braccia. Come guardie del traffico. Ed ammiccavano anche… E Paulus Demichele aveva posato a terra il grosso tomo che reggeva
al fianco.
Il pulmino, per il molleggio, pareva una navicella
in viaggio verso altri spazi. Ed era
salito ancora, arrivando ad una radura ben oltre la solita meta. Con una
cortina di cedri del Libano, di pini, a preservarla, a celarla. Le
foglie, ricchi ventagli, paraventi. E già sul limitare
sorpresi da strani segnali stradali. Mai incontrati. Un pannello
disponeva che era vietato piangere, pena un’ammenda.
C’era un cerchio come per il divieto autostradale, con il faccione e la bocca
all’ingiù. Con il broncio. E la riga rossa di traverso: a
divieto. E striscioni come di accoglienza. “Al
bando ogni malinconia. Proibito essere tristi.” Una
freccia indicava il banco donazioni organi.
E sul prato infiorato - che
primavera precoce - una folla di creature bellissime. Bellissime eppure… c’erano
donne calve o col petto liscio. Uomini ai quali mancavano …
incompleti. Come creati da un demiurgo distratto, balzano. Eppure tutti davano l’impressione di aver tanto da dare, da
offrire. Di disporre di un surplus da donare ai nuovi
arrivati. Perplessi questi: turisti spaesati.
Se insistevi a fissarle,
quelle sagome, parevano trasparenti. Sfioravano appena l’erba, come impegnate in una danza. Riverberanti una
luce che si rifletteva. Ti penetrava e ti acquietava, ti donava una pace
infinita. E Sara ebbe un sussulto, in quello sciame festoso individuò Pinuccio,
la sua prima cotta.. Lo chiamò e come catturò la sua
attenzione: “ma Pinuccio l’incidente con la moto…“ “Non mi sono fatto niente,
sciocchina. Sto bene.”
L’autista si era tolto il giubbotto di jeans e
quello che sembrava uno zaino…si era sbrogliato. Come vela al primo sbuffo di vento. Ma.. erano ali.. meraviglia... un angelo. E
lui con modestia: ci vuol così poco. Un conducente può essere anche un angelo.
Basta che lo voglia.
“Ecco signori, siamo giunti al reparto. Questa
mattina, ci abbiamo messo più del solito. Scusatemi. Ma l’ingorgo era infernale.” Sceso per primo teneva lo sportello
aperto, affinchè nessuno sbattesse.
Il minuscolo drappello rinfrancato e fiducioso, come
dopo una doccia di ottimismo, si apprestò a varcare la
soglia. Rincuorato. Una signora, rivolgendosi ad altra, ed indicando l’autista,
commentò: “che persona. Sembra proprio un angelo!”
Gianfranco Andorno.