Il ritorno.
A sun propi mat sti fieuj!
Ho chiesto di tornare al paese,
dopo il bacio della balenga.
E mi portano a spasso,
in tondo all’aia alla cascina
con il furgone
oscurato e moccolato.
Gira una vira, gira una vira.
I compaesani a berboté, a segnarsi:
“un incantésim! un dèmoni!”
Mi trascinano, toro matato,
per la vuelta de honor.
Ma che ho fatto?
M’impasto alla pàuta al pacciame,
è la mia terra.
Il mio giaciglio la mia coperta,
il mio sudario.
E ricordo ricordo i tendoni al santo.
A perdifiato il clarinetto,
tutti a dansé polche e mazurke.
La festa di leva, i coscritti col foulard;
gira una vira, gira una vira.
Il mosto,
moccico sanguigno e melasso,
gorgoglia gorgheggia nei tini zolfati.
Le pannocchie di melia
scagliate alla luna ballanzona,
fumeggiata.
Ma qualcuno, vestì ben,
le tomaie lucenti ai piedi:
“la città.. la città,” a magnifichè.
Dulcamara.
E così anduma anduma…
e la marina e le bagasce,
la tramontana e i mal di testa.
Ma non c’è la gragnola appostata
a predare grappoli e maturo.
Uuhh la cuccagna!
Anche se, al fischio del cantiere,
tutti perquisiti come ladri.
Non più signorsì alla vanga,
solo inchini al padrone
dio sconosciuto.
E i cittadini ai migranti:
“questi mandrogni con i polli, il panierino,
ci portan via i posti di lavoro.”
Una rissa tra servi:
“non siamo re ma poveri pedoni!”
l’accorata difesa.
La scrivania il premio, ma senza panorama,
tutti inferrati, eroi mancati.
La bagna cauda officiata,
per un rituale d’emozioni antiche,
afone e strozzate.
Ecco, son tornato. Pinot Toni dove siete?
Da bun, da bun: sono Carlin.
Ah già in paradis con i trator sbirocciati.
E Mirin dov’è?
Senti come boccia, alla svelta.
E’ un dotor di gran valore:
ha curato il fià curt al poeta.
Gira una vira, gira una vira.
Ma cos’è quello? Il cassonetto degli sfalci?
Ghigno. Non si può anfilé ant la rumenta
tutta la campagna!
(Inviata Premio letterario XXV Edizione “C. Pavese” S. Stefano Belbo.)
Gianfranco Andorno. |