Gianfranco Andorno
   
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Leggi la valutazione Critica del prof. Armando Fossati

Valutazione critica di Tommaso Schivo:

Di fronte al volume di narrativa di G. Andorno si resta inizialmente perplessi, incerti, come spesso accade dinanzi ai libri che ci capita di leggere. Inizia in sordina, come un romanzo consueto di amicizia o d’amore, senza particolare intensità, senza una specifica attrazione, pur mostrando qua e là, sin dalle prime pagine, narrazioni precise, acute e, talvolta, persino allettanti.
Tuttavia, subito dopo le prime pagine, che fanno da vestibolo o da prologo, mentre il narratore segue e descrive, come in un diario accurato, le vicende dell’infausta guerra che noi…. più anziani, abbiamo vissuto in prima persona, dagli anni ’40 in poi, tutto si vivacizza, prende colore e sostanza, rinnova le ansie e i dolori provati sulla pelle, le sconfitte e le ingiustizie, le ferite e gli obbrobri subiti nelle regioni più disparate d’Europa e d’Africa e nei momenti più tragici ed umilianti della nostra giovinezza.
E dico "nostra", perché le vicende di Rodolfo e di Tommaso, di Laura e di Cristiano o Cricri sono così vive e reali che ti prendono e ti avvincono, come se tu fossi protagonista o attore di quelle storie.
E’ molto dettagliato e ben condotto il racconto della campagna di Russia e col terribile dramma dei nostri Alpini, buttati nella mischia contro un popolo non odiato e nel gelo insopportabile, senza abiti adatti e con armi vetuste e fatiscenti che si inceppavano e con radio che non funzionavano, abbandonati nella morsa di un gelo implacabile e della fame, giovani innocenti, in mezzo ai nemici russi e persino tedeschi.
Come non commuoversi, leggendo, di fronte ad episodi toccanti, persino quello del caffè improvvisato al fronte o dei bambini russi salvati dalla generosità degli alpini d’Italia. Le pagine della ritirata disastrosa e della strage con tutti i singoli episodi particolari (che ricordano quegli stessi della superbia napoleonica) hanno qualcosa di epico che l’autore sa trasmettere con chiarezza e con notevole realismo, ma anche con una vena di "amarcord" che rasenta la vera poesia.
Anche la seconda parte, che si richiama alle infauste giornate che seguirono all’otto settembre, alle lotte spesso spietate tra partigiani e soldati della repubblica Sociale e alla caduta progressiva del fascismo, è sintetizzata senza enfasi, anzi con una dignità che sorprende e che raramente si riscontra nelle pagine analoghe che trattano di quel periodo….
"Ci sono i perdenti e i vincitori (scrive l’autore a pagina 78). Tutto stava nell’onestà di accettare il ruolo,di non ricorrere a scorciatoie e a sotterfugi…) Solo i falsari (aggiunge) sono odiosi… e ce ne furono molti!
La storia di quegli anni, descritta da Andorno, vibra e convince in ogni pagina, ma non mancano gli aspetti poetici e paesaggistici (un raggio di sole nel cielo plumbeo degli anni quaranta italiani) ben rilevati e descritti, come dinanzi al forte Diamante o nell’antica Chiesa dei santi Nazario e Celso; né mancano scene drammatiche e intense, come nelle frequenti ed orrende stragi del 1945, né quelle orgiastiche con gli incontri di Laura e Battista.
E, come in un buon romanzo che si rispetti, ecco anche la parte che sorprende e che avvince……….
………………
Anche l’ultima parte, l’ultimo momento della narrazione, dopo sessanta anni da quella infausta guerra fratricida, ci appare come la logica cornice di un’opera avvincente che si segue con interesse e con particolare condivisione. E qui potrei concludere, ma se mi si concede una critica, una soltanto, vorrei aggiungere che lo stile è scorrevole, veloce, spesso persino attraente, se vogliamo…. Moderno ed efficace, ma fa un po’ impressione a noi vecchi maestri quasi centenari, attaccati alle ferree norme ed alle regole che ci insegnarono a scuola e che abbiamo rigidamente insegnato ai nostri mille o diecimila allievi.
La punteggiatura è strana; spesso i periodi sono sospesi, elittici, spezzetati, a singulti, come se fossero stati scritti non con il vecchio pennino di un tempo, immerso di tanto in tanto nel succoso calamaio, né con la sontuosa stilografica (ricevuta in dono il giorno della prima Comunione), ma con un moderno contagocce… che semina (che altro può fare) punti fermi anche là, dove una modesta e piccola virgola potrebbe fare la sua bella figura.
Si, un tempo avremmo mandato molti di questi periodi, se non all’obitorio, almeno in una buona clinica a rifarsi le ossa o la pelle… ma oggi no. Il modernismo e la chirurgia plastica hanno raggiunto anche lo stile dello scrittore. E, dopotutto, è giusto così. Non potremmo pretendere che i nostri figli o, peggio, i nipoti usassero le nostre "braghe" o quelle alla "zuava" di cent’anni fa…
Perciò, tutto sommato, questa non vuol essere giudicata una critica…. Ma solo losservazione antistorica di un miope che, invecchiando, è diventato presbite.
Complimenti vivissimi all’autore. E sono sinceri.
Prof. Tommaso Schivo.

 
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