Gianfranco Andorno
   
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Fotografia - Tutti Fotografi

 

dituttodituttounpo'


MA IN SPECIE DI QUEI BAMBINI

 

Che fine hanno fatto quei bambini, contegnosi e severi, con quei loro ventri abnormi, pretestuosi? Che fine hanno fatto quel bambini, dispensatici in tutte le prospettive, e colori, dai nostri fantasmagorici ebdomadari?
Quei bambini, che parevano accusarci con i loro ulcerosi e prominenti ombelichi. E martorizzavano le nostre feste dell'abbondanza. Le nostre feste, opportunamente filtrate da ogni spiritualità, e trasformate in festini pantagruelici.
In quelle pagine lucide, ingioiellate, ben adorne di pubblicità, si finiva con l'accettarli come cosa di altro pianeta. Che pure ci indisponeva, perché ci grippava la digestione. Inconcepi­bile, che si potesse ancor morire di fame! Ma non per questo avremmo mosso dito.
« È una questione di petrolio, di politica. » Questi, i comodi paraventi-alibi, suggeritici.
Il nostro egoismo sfocava e mitizzava. Ed i bambini scom­parivano, ormai inutili oggetti strumentalizzati: ben sfruttati, quindi usati, e poi da gettare. Scomparivano per far posto ad altre cose, in quella vertiginosa successione impostaci dalla meccanicistica giostra dell'informazione. E qui ci scontriamo con i mercanti delle notizie, con i produttori delle emozioni seriali. Con i rimescolatori e manipo­latori dell'opinione pubblica: opportunista, sempre pronta al crucifige del fratello, senza accorgersi che la coda che morde è la sua.
Di qui la necessità d'una morale. E tremo nello scriverne. Per la grande mistificazione, perpetuata nei secoli, con questa trappola.
Lasciamo in disparte il paparazzo. Il suo è un lavoro. E la rarefazione dei sentimenti dovuta al rosicchiamento dell'abi­tudine, possiamo comprenderla.
La sfocatura imputabile alla lacrima del fotoreporter, la scuseremmo di buon grado. Ma la pagina deamicisiana ha fatto il suo tempo (e forse gli farebbe perdere il posto!). Ma da chi si accosta alla fotografia con altri intendimenti, allora da questi possiamo pretendere. E vorrei che ci sven­trassimo a vicenda: per vuotare il sacco del male. Per libe­rarci da ogni ipocrisia. E domandarci: quante volte, alla cor­rida, abbiamo sperato di vedere il torero sbalzato, incornato, sanguinolento, per fare la famosa fotografia? Ed al Gran Premio, ci siamo appostati alla curva più difficile, nell'attesa di veder schiantare un bolide rosso, sempre per la famosa fotografia?

 

E quante volte ci siamo accostati alla miseria di certa gente, soltanto perché è maledettamente di moda, perché fa colore? Ed abbiamo, gratuitamente, tradito quella loro intimità. Giusto, la fotografia è testimonianza. Altrimenti, ne metteremmo in forse addirittura l'esistenza. Ma a Piccadilly Circus, quando centinaia di otturatori scattano, e centinaia di gelidi obiettivi dissezionano gli hippies, che si prestano alla farsa, esibendosi in piccoli show: i turisti, fanno della testimonianza?
O fa della testimonianza chi riprende i turisti, che ben incernierati e protetti, nei loro torpedoni, fotografano? Il mio discorso è volutamente esasperato, per l'ambizione di generare una discussione (discutiamo! riscriviamo noi stessi, i sacri testi!). E vorrebbe mettere in guardia da certa demagogia, che è altrettanto infida del qualunquismo. Essere con i| gregge, per il gregge, ma non farsi travolgere! E non si dica che è aristocrazia di pensiero. Altro clou del mio discorso, è l'invito ad esser umani. Ai terremotati, ai baraccati, a chi sta in miseria, dobbiamo accostarci non compiaciuti e sogghignando, ma in punta di piedi. Rispettosi, e chiedendo scusa. E non dobbiamo pensare o credere, che con le nostre fotografie risolveremo i loro problemi. Perché attribuiremmo alla nostra scatoletta qualità taumaturgiche che non ha. Però, non mi si fraintenda. Non caldeggio un ritorno ai pae­saggi, alla fotografia idilliaca. Anzi, cerco di lavorare anch'io di piccone, per abbattere il muro che ancor divide la foto grafia dalla vita. Ma si tratta di accennare ad una nuova morale.
E qui tutto è confuso. Forse, perché sarebbe più facile discu­tere di diaframmi. Ma io spero che arriveremo ad una maturità. Tale, da con' dure! a scoprire l'importanza di quei bambini, o di altro prim'ancora che qualcuno decida di esporli in vetrina, ben etichettati, per offrirceli. Per il nostro consumo emozionale

Gianfranco Andormo

 

Bambino Africano

 

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