Quando, mesi or sono, il caso Midollini ci tenne col fiato sospeso, partecipando noi tutti emotivamente alle sue peripezie, mi ricordai di un gruppo di amici. Anzi, di una confraternita, della quale vi parlerò. E fu pensando a loro, che mi convinsi dell'innocenza del Midollini. Infatti, la presunta colpa coincideva col fatto che in tutte le fotografie figuravano navi da guerra. Da qui l'accusa di spionaggio. Mentre i miei amici, come allegri delfini funamboli, corrono di porto in porto: a fotografare navi da guerra. E senza alcuna intenzione spionistica, ma per quella gran passione che li rode. Di questa congrega non sono riuscito a scoprire i riti di iniziazione. E nemmeno come si mettano in collegamento i vari componenti. Ma so dei rituali di fratellanza, per cui negativi ed almanacchi stranieri da riprodurre, circolano tra gli adepti generosamente, senza alcuna sterile gelosia. Non riconoscono il Midollini come appartenente alla loro schiera aristocratica, ammettono però che può trattarsi di un neofita solitario. Usano un linguaggio quasi incomprensibile, per i profani. Oppure, può capitare di sorprenderli, occupati nei loro impieghi (che nulla hanno a che fare, con le navi da guerra), mentre sussurranno al telefono: « quell'incrociatore senza cannoni, cos'era? e quello affiancato al Chilton, di prora? ». E potrebbero dare adito ad equivoci piuttosto pericolosi. Come se la cavano, i nostri amici, con le varie Marine da Guerra? Finora, hanno sempre goduto di una certa elasticità, a testimonianza dell'intelligenza regnante in certi ambienti. E l'onesta e sviscerata passione per quelle navi da guerra, fa da lasciapassare benevolo. Genera simpatiche complicità. Quindi, è potuto accadere che un almanacco, edito dall'ufficio Storico delia nostra Marina Militare, abbia pubblicato la fotografia di una moto-cannoniera, con impianto missilistico in prova, scattata da uno dei nostri. Fotografia, presa di soppiatto, con un 300 mm e pencolando pericolosamente da un dirupo di La Spezia. Pertanto, un riconoscimento quasi ufficiale. E l'aneddotica sarebbe ricca, ma a stento si riesce a cavar loro di bocca qualche ricordo. Dal gendarme di Tolone, che dice: « Non potreste fotografare. Ma se ve lo vieto, |
entrate in quella tabaccheria, ed acquistate tutta la serie... » E si allontana, scrollando le spalle. Fino alle navi russe, fotografate dietro lo spessore protettivo e mimetico di un oblò.
Comunque, malgrado la condanna al Midollini, tutti si son detti pronti al rischio. E capitando per caso ad Alessandria, non si saprebbero trattenere dall'impressionare qualche pellicola. Incrociatori, corazzate, cacciatorpediniere, sottomarini: queste le loro ambite prede. E gli innumerevoli raccoglitori colmi, gli schedar! traboccanti, stanno a testimoniare i risultati e la fortuna della continua caccia di questi fotocorsari dei mari. Ma seguiamoli in un'operazione recente. Squilla il telefono, e veniamo informati che una squadra navale anfibia americana, composta da cinque navi da sbarco, sta per entrare in corto. Scatta il dispositivo di allarme. Ed a seconda dei diversi orari di lavoro, vengono suddivisi i compiti. Possiamo stare tranquilli che gli obiettivi dei nostri patiti non perderanno di vista le navi dal momento dell'avvistamento al giorno della partenza.
C'è chi si apposterà all'entrata del porto, e qui ci vorrà un 300 od anche un 500 mm (sempre con filtri: il mare, col sole o la foschia, può giocare dei brutti scherzi). Poi, libero tiro a segno all'ancoraggio, con i 50 e 135 mm. Difficilmente, e soltanto in casi fortunatissimi, si potrà adoperare un grandangolare. E poi di nuovo con i tele (questi sono d'obbligo con le portaerei, che rimangono in rada), a rimediare a qualche manchevolezza avvenuta all'entrata. A qualche particolare trascurato. A qualche nave entrata coperta dalle altre. Altri riconoscimenti a questo singolare gruppo, i cui componenti potrebbero tranquillamente sedere dietro ad una scrivania di un |
qualsiasi Ammiragliato, sono arrivati
anche con l'ultimo libro « Le navi di linea italiane »,
edito sempre dall'Ufficio Storico.
E negli anni passati, a Milano,
si pubblicava una rivista
specializzata nel settore: « Le vie del mare ».
Il ghiaccio, che ho stentato a
rompere all'inizio del scorso, si
ricompone. E trae origine dalla
diffidenza. Dal timore che la luce
d'un riflettore, puntato su di loro,
possa nuocere a quella tranquillità
con la quale hanno potuto sinora
amare e fotografare le loro navi
da guerra.
Cerco di rassicurarli. Anzi, un poco
di simpatica notorietà potrebbe
venir loro molto bene, nel caso
di qualche brutta avvenjura
burocratica. La loro passione
sarebbe già conosciuta, e catalogata
per quel che è. E poi, chi lo
facesse con altri scopi, non
si avventurerebbe di giorno,
con teleobiettivi, alla vista di tutti.
L'ultima missione è stata un doveroso
pellegrinaggio a La Spezia.
Dove è arrivato dalla Francia,
per essere demolito, l'ex
incrociatore Attilio Regolo
con il nome Chateau Renault.
Che era stato consegnato nel
'49 in conto riparazione danni
di guerra.
Un quotidiano, riportando la
notizia, ha spacciato la fotografia
di una unità gemella:
Scipione l'Africano.
Ed i nostri, pieni di sacro
sdegno, hanno sorriso
con sufficienza.
Quindi, siete avvisati. Se vi
capita, in qualche porto, dove
riposano le corazze amorfe
eppur possenti di qualche nave
da guerra, di vedere qualcuno
trafficare con macchina e tele,
non dovete pensare di assistere
ad un caso di spionaggio
internazionale. Invece, vi si
offrirà l'occasione di conoscere
uno dei nostri simpatici amici.
GIANFRANCO ANDORNO
|
 |